Oltre la materia: uno sguardo sull’artigianato 

Nell’ambito del progetto Tessere Legami, giunto al termine della seconda annualità, l’ultimo workshop con Elena Croci ha rilanciato agli studenti della Scuola Oliver Twist una domanda sul significato del loro “fare”: che cosa porta con sé un oggetto artigianale?  

Il lavoro con Elena Croci, esperta in comunicazione culturale, marketing strategico e valorizzazione dei territori, è iniziato già lo scorso anno all’interno del progetto Tessere Legami, in collaborazione con le professioniste di MateraHub. Un percorso dedicato alla comunicazione che ha accompagnato i nostri studenti a interrogarsi non soltanto su come raccontare ciò che realizzano, ma prima ancora sul significato e sul valore di quello che nasce dalle loro mani. 

Nell’ultimo incontro siamo ripartiti proprio da qui, facendo un passo ulteriore. 

Elena Croci ha riproposto ai ragazzi una riflessione sul nostro rapporto con gli oggetti: sulle funzioni che attribuiamo loro, sui significati di cui li carichiamo e sulla relazione sempre più stretta che instauriamo con le cose che ci circondano e con le altre persone. Da questo punto di partenza siamo arrivati insieme a una domanda che riguarda da vicino i nostri laboratori e il lavoro quotidiano degli studenti: che cosa rende particolare un oggetto artigianale? 

«L’oggetto artigianale non è mai solo un bene materiale, ma il veicolo di una profonda relazione umana e culturale che unisce chi lo crea a chi lo possiede». 

Nel percorso ci siamo soffermati a lungo proprio su questo punto, rilanciando ai ragazzi una responsabilità. Un oggetto che nasce dal lavoro delle nostre mani non è mai semplicemente “una cosa fatta bene”. Dentro ci sono uno sguardo, delle scelte, una conoscenza della materia, il tempo impiegato, gli errori e le correzioni, la cura di un particolare. C’è, in qualche modo, qualcosa della persona che lo ha realizzato. 

E quell’oggetto è destinato a incontrare qualcun altro. 

Nei laboratori della Scuola Oliver Twist sperimentiamo continuamente che la tecnica non coincide con la semplice esecuzione di un procedimento. Occorre osservare, provare, pensare, correggere e ricominciare. Come richiamato durante il workshop attraverso il pensiero di Richard Sennett, nell’artigiano pratica e pensiero dialogano continuamente: la tecnica diventa così anche una forma di cultura e di conoscenza. 

Il punto che Elena Croci ha lasciato ai ragazzi riguarda allora il modo con cui guardiamo ciò che facciamo. Qual è il valore profondo dell’oggetto che creiamo? In che modo si connette alla materia, alla sua produzione e al destinatario finale? 

È una responsabilità che riguarda certamente la qualità e la bellezza del risultato, ma non solo. Riguarda la consapevolezza che progettare e costruire significa entrare in relazione. L’oggetto diventa un tramite tra chi lo ha pensato e realizzato e chi, magari molto tempo dopo, lo utilizzerà, lo custodirà o semplicemente lo guarderà. 

Arrivare a Homo Faber dopo il lavoro fatto ci ha permesso di guardare ciò che avevamo davanti con una domanda in più. Non soltanto: come è stato fatto? Ma anche: chi c’è dietro questo oggetto? Che cosa ci racconta? Quale rapporto con la materia rivela? Che cosa genera in chi lo incontra? 

Osservare il lavoro anche di altri artigiani, confrontarsi con tecniche, materiali e culture differenti e riconoscere, dietro ogni manufatto, la presenza di una persona, di una cultura di un territorio. 

È forse questa una delle scoperte più interessanti che ci portiamo dietro dal lavoro di questi mesi: un oggetto artigianale non finisce nell’oggetto stesso, è molto di più. 

Può custodire un sapere, raccontare un territorio, esprimere uno sguardo e creare un legame. E per noi imparare a riconoscerlo significa anche diventare più consapevoli del valore e della responsabilità del proprio “fare”. 

“Tessere Legami” è un progetto nato dalla collaborazione tra Cometa e @materahub e realizzato grazie al sostegno del Fondo di Beneficenza di @intesasanpaolo.